Su “Canoni e contrappunti” e “La scala di Giacobbe” di Marisa Giaroli – Youcanprint Self-publishing.

Desidero iniziare questo commento critico con qualche considerazione sull’Autrice.  Non è una scrittrice facile, Marisa Giaroli; non certo per il suo stile, che è semplice, lineare, scorrevole, immediato, eccezion fatta per qualche passo di vera prosa poetica, ma per gli argomenti che affronta nei suoi romanzi. Tratta temi insoliti, inusuali per la narrativa, pur se con riferimento ad aspetti della vita molto più frequenti di quanto ci si aspetterebbe. In “Canoni e Contrappunti”, ha affrontato la questione dell’omosessualità femminile, argomento scabroso, realtà ignorata, tabù, come se anche relativamente all’omosessualità le donne fossero sempre un gradino sotto gli uomini. Lo ha fatto documentandosi, intervistando alcune dirette interessate, dando vita, quindi, a una storia realistica, in cui i protagonisti potrebbero essere quelli della porta accanto. Proprio per questo motivo il romanzo sconcerta, disorienta, turba il lettore, che scopre una realtà su cui si era poco o mai soffermato. Con la capacità di scrutare nell’animo umano sorretta da una grande abilità narrativa, l’Autrice  mostra lo sconvolgimento della protagonista nello scoprirsi attratta dalle persone del suo stesso sesso, la difficoltà ad accettarsi omosessuale in una società chiusa, perbenista, ipocrita e non preparata a una simile realtà, la vergogna di essere oggetto di occhiate furtive e sorrisetti. L’amore tra le due protagoniste è delineato con garbo, con delicatezza, con pudore, quasi a volerlo difendere, poiché sempre di amore si tratta, di un’intesa tanto profonda da essere evidenziata addirittura nel titolo. Pure l’Autrice non trascura di affrontare l’aspetto sessuale di una tale relazione sui quali non ci si sofferma per pudore, per imbarazzo, per vergogna quasi, aspetto evidenziato dalla madre della protagonista, che scioccata e perplessa, afferma: “Ma cosa fanno due donne?”.

In “La scala di Giacobbe” viene offerto al lettore un altro tema insolito, quello della consacrazione alla vita religiosa. Anche questo aspetto è molto lontano dalla nostra vita quotidiana caratterizzata da una corsa frenetica che non permette di soffermarsi su scelte di vita infrequenti, soprattutto nell’attuale tempo secolarizzato, salvo poi sorprendersi, a volte anche manifestando disapprovazione, se qualcuno di nostra conoscenza prende i voti. E Marisa Giaroli evidenzia, sempre col garbo che la caratterizza e le sue notevoli doti di psicologa, la grande difficoltà di un simile cammino, l’incertezza di aver fatto la scelta giusta, la paura di non essere in grado di affrontare le privazioni che una tale scelta di vita comporta, la solitudine e l’angoscia nella quale si precipita quando le prime prendono il sopravvento, il disperato bisogno di un sostegno che spesso manca.

E la protagonista, come anche gli altri personaggi principali, sono, quindi, esseri tormentati dalla loro insicurezza, dalla loro fragilità, in un ambiente, quello monastico, non privo di invidie, bassezze, dispetti, poiché i religiosi sono comunque esseri umani come tutti gli altri! E adombra, l’Autrice, argomenti ancora una volta scabrosi, come il tormentoso desiderio sessuale, la masturbazione e lo fa sempre con garbo, con delicatezza, aprendo appena uno spiraglio sull’argomento come si farebbe con una porta che dà su di un ambiente poco accogliente. Forse è proprio questo suo modo di procedere che turba. In un tempo in cui le espressioni triviali sono entrate nel linguaggio quotidiano, paradossalmente un linguaggio che di quelle espressioni è privo sorprende il lettore, che appare impreparato di fronte a tanta finezza!

E in questo romanzo, dei personaggi vengono analizzate tutte le sfaccettature della loro personalità, la giovane donna perdutamente innamorata, la madre, la religiosa, la missionaria.

Torna, in questo romanzo, ampiamente sviscerato in “Canoni e Contrappunti”, il tema dell’accettazione di se stessi, accettazione delle proprie debolezze, delle proprie fragilità, pur nell’impegno di migliorarsi, con l’aiuto di Dio (“…la cosa più importante e difficile non è amare Dio ma lasciarsi amare da lui, poiché egli ci ama così come siamo”). Ecco, veniamo a un punto fondamentale. Marisa Giaroli è profondamente cattolica, osservante, praticante. La sua fede è intimamente posseduta. Eppure, come si evince dalla lettura dei suoi romanzi, non è bigotta. Madre di quattro figli, impegnata da sempre nel sociale e per la difesa dei diritti delle donne, è ben calata nella realtà attuale, della quale non ignora nessun aspetto. È questa la sua forza, come donna e come scrittrice, poiché il lettore la sente vicina, pur nella trattazione di argomenti lontani dalla sua quotidianità, lontani, ma poi forse neanche tanto. Tutte le scelte di vita alla lunga si rivelano difficili. È forse facile essere coniuge o genitore? La stanchezza, la percezione della propria inadeguatezza non assale forse anche i laici? Quel disperato bisogno di fuggire, di sottrarsi alle proprie responsabilità non è forse talvolta avvertito anche da essi? In quest’ottica, Marisa Giaroli parla anche al non credente e, attraverso le parole della protagonista, suggerisce: “…che nulla è per caso, che ogni avvenimento fa parte di un disegno più vasto”, che lo si voglia chiamare progetto di Dio per ciascuno di noi o destino.

L’impianto narrativo di entrambi i romanzi è robusto, con sottotrame che delineano le vicende dei personaggi minori. Le storie, complesse, avvincono il lettore e lo sorprendono con imprevedibili colpi di scena.

In entrambi i romanzi, emerge, tramite i suoi personaggi, il grande amore dell’autrice per la natura e per la sua terra, per le morbide alture dell’appennino tosco-emiliano, per la vita campestre scandita dall’avvicendarsi delle stagioni e dalle attività agricole.

Quelli di Marisa Giaroli sono romanzi di cui consiglio caldamente la lettura, avvincenti e, al contempo, profondi; inducono riflessioni, seminano, lasciano qualcosa al lettore.
Ester Cecere (Youcanprint, 12 febbraio 2019)

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